Accostarsi alle opere di Staniscia chiede un lento calarsi nel mondo dell’autore e l’abbandono profondo alla sua poetica. Occorre del tempo: l’espressione non si concede allo sguardo distratto di visitatori affrettati. Il messaggio di ogni sua opera non è mai manifesto come nella rappresentazione paesaggistica, va oltre la superficie del supporto, richiede l’ascolto fermo del fruitore.  


L’artista reinterpreta i grandi Maestri senza un solo tocco di pennello: se le loro opere sono ritenute inviolabili, solo un artista di grande levatura come Staniscia avrebbe avuto un consenso speciale per accedervi e riproporle. I capolavori classici non hanno opposto resistenza al suo intervento, che ha dato origine a un dialogo tra maestri ciascuno con il proprio linguaggio. Staniscia ha raccontato a Caravaggio la frammentazione della civiltà globalizzata e l’ha fatto attraverso un uso magistrale del pennello digitale in un accordo che pare già stipulato con le pennellate del grande maestro del Cinquecento.

 
Il materiale d’elezione è il plexiglass, talvolta sovrapposto, su cui l’autore gioca a creare un’immagine stratificata di figure che già paiono sovrapposte nell’opera stessa. L’illusione ottica del vero ci mostra la diaspora della realtà, riflessa in una vetrina di abiti in cui ci si specchia nella noncuranza di un passaggio frettoloso. 


Un elemento che si ripete nelle opere dell’autore è la presenza di codici a barre che si sciolgono virtualmente nei rossoscuri delle sue interpretazioni. Il possesso del controllo e della verità sulle cose, illusione dell’umanità coeva, si dissolve in mille frantumi nelle riproduzioni smontate, nelle sovrapposizioni geometriche degli elementi architettonici dei classici che si perdono nelle sequenze di barre verticali di un consumismo consunto. 


Il disagio dell’uomo è raccontato attraverso scomposizioni e rimescolamenti di geometrie e di particolari espressivi, come la lacerazione sul mento del volto maschile ne “Il Destino dell’Uomo”.
I visi disorientati ripresi da Staniscia hanno gli sguardi smarriti di un mondo inaccessibile, nonostante l’indiscusso rassicurante della scienza. È caduta polvere su un passato vivo anche se austero, ora nascosto nell’oblio collettivo di un presente che non c’è e di un futuro di cui non si sente l’odore. 


“Eppure c’è speranza”, racconta il Maestro facendo notare il respiro di luce sul braccio di Oloferne della sua opera “Attimo immutabile”: l’eroina omicida Giuditta resta esclusa e l’artista focalizza la forza sul dramma dell’istante. 

Nonostante le tinte a volte oscure, i lavori dell’artista presentano squarci di luce che si ritagliano spazi per lambire l’apparente ineluttabilità della condizione dell’uomo contemporaneo, concedendogli almeno una possibilità di riscatto: tra scale di rossi e cupe tinte fredde, nel sottile riverbero si scorge la promessa.

Nell’Arte e nella spiritualità l’autore convoglia la possibilità di affrancamento di un’umanità nauseata.

Dalle sue parole emerge una visione sulla realtà intrisa di poesia e delicatezza: non troppo profonda e psicologizzata, ma alta, feconda, libera.

Barbara Maria Pibiri

Docente e Corrispondente giornalistica

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